Rivista per le Medical Humanities
rMH 1. 2007

La nuova pubblicazione è il risultato di un lungo itinerario che ha visto alcuni di noi impegnati a lavorare sul tema del significato della malattia e della cura, categorie sempre inserite nel quadro più generale di una società in profonda e veloce trasformazione. Una società che pone la salute, la guarigione e la sicurezza al centro delle preoccupazioni dei suoi cittadini e delle sue strategie sanitarie e politico-sociali. In questo contesto la riflessione sulla cura nelle sue svariate forme non può più essere circoscritta all’interno dei paradigmi del solo pensiero tecnico-scientifico ma deve aprirsi alle scienze umane e culturali.

 

Rivista per le Medical Humanities
rMH 2. 2007

La capacità di allungare la vita degli ammalati più gravi, acquisita negli ultimi quarant’anni grazie alla medicina tecnologica – ma anche la possibilità di influire sulle modalità del loro morire – ha reso necessario l’approccio etico al caso clinico, perché sempre più sovente ai dilemmi terapeutici si sovrappongono dilemmi di ordine etico. Si è così avvertita l’esigenza di completare il quadro socio-psico-biologico del caso clinico con una narrazione articolata della storia soggettiva del paziente, tesa a cogliere i suoi valori, i suoi desideri, le sue scelte.

 

Rivista per le Medical Humanities
rMH 3. 2007

Abbiamo appreso che il corpo umano è fatto di tessuti, che i tessuti sono fatti di sostanze chimiche, che nella malattia tutto ciò si muta, nella forma e nella composizione. Così possiamo sentenziare: ciò è malato. Il malato però dice: io sono malato. Una cellula può dire “io?” Una molecola, un atomo, un elettrone, può dire “io”? Chi è colui che dice “io”? Abbiamo appreso solo di cose che sono “qualcosa”, non abbiamo appreso nulla di cose che sono “qualcuno”.

 

Rivista per le Medical Humanities
rMH 4. 2007

Sono voci poetiche (...) quelle che attraversano questo volume, capaci di dare parole al dramma, proprio o altrui, di trovare le immagini giuste per vedere oltre, per ricordare: chi le dedica alla madre, chi al padre, chi a un collega scomparso. Come se solo una parola densa ― quella poetica ― permettesse di “onorare i morti”, la malattia, la vita. Come se la necessità di raccontare l’esistenza sofferente potesse indurre il pensiero a cercare immagini e modi altri per dire esperienze che nella loro “nudità” sono troppo dolorose e povere.

 

Rivista per le Medical Humanities
rMH 5. 2008

Il caso clinico ha nella cura uno statuto ambivalente. È certo il luogo necessario dell’oggettivazione della malattia e a volte del malato stesso, della sua riduzione dentro le mappe del corpo o di uno dei diversi modelli della psiche o ancora dentro alcuni eventi, selezionati dal curante, della sua storia, ma anche il luogo di un possibile recupero della singolarità e della soggettività del paziente.

 

Rivista per le Medical Humanities
rMH 6. 2008

La speranza e la promessa sono momenti ineliminabili del principio di solidarietà che coinvolge la medicina dei trapianti. Medicina di punta, tecnologicamente avanzatissima, limite e frontiera che presuppongono però la gratuità del dono, del regalo che chi muore fa a chi – grazie ad esso – potrà continuare a vivere. Così il destino unico e irripetibile dell’individuo si intreccia a quello degli altri, alla loro storia, alla vita, segno tangibile di continuità.

 

Rivista per le Medical Humanities
rMH 7. 2008

Quando bisogna decidere a chi destinare un bene raro, soprattutto se è ritenuto necessario alla sopravvivenza, non pochi modelli di giustizia distributiva si presentano come difficilmente applicabili. (...) Nel caso dei trapianti, quando la scarsità degli organi a disposizione e la gravità del paziente interessato sono estreme, il tempo trascorso in lista d’attesa potrebbe essere considerato un criterio ugualitario, ma non equo nel senso aristotelico. Poiché la lista d’attesa fa astrazione dal grado di urgenza dei pazienti. Se si dà priorità all’urgenza rispetto al tempo d’attesa, vi è il rischio che i pazienti non in condizione di grave urgenza siano sacrificati a beneficio di chi è in pericolo di morte, dovendo così attendere, per poter subire l’intervento, di esserlo a loro volta. La discriminazione positiva può, quindi, riparare a un’ingiustizia causandone un’altra.

 

Rivista per le Medical Humanities
rMH 8. 2008

Nel tempo dell’ipervisibilità dei corpi, quando dietro a ogni malattia se ne scopre un’altra e poi un’altra ancora, il confronto con il destino si è fatto frenetico. Nell’illusione di poterlo sconfiggere definitivamente scopriamo – ed è forse questa la più vera destinazione – che per mettere a tacere il destino dovremmo mettere a tacere la vita stessa. (...) Ecco allora che destino e destinazione diventano i poli di uno stare nella vita e nella cura, di un esporsi all’altro che soffre, in equilibrio tra il desiderio di mutare il corso delle cose e l’umiltà di accettare l’inevitabile.

 

Rivista per le Medical Humanities
rMH 9. 2009

(...) L’etica comunque non esige solo di “non fare”, ma deve essere propositiva. Ecco quindi un compito che deve accomunare ricercatori, clinici e giornalisti scientifici per mettere al centro della loro attività l’interesse per il paziente e per tutti i cittadini, potenziali pazienti (...).

 

Rivista per le Medical Humanities
rMH 10. 2009

Tra donne si è autorizzate a parlare della propria sofferenza, della propria paura, della propria vulnerabilità. Sembra poco, ma è grazie all'abitudine al raccontarsi che possono delinearsi i contorni entro i quali la sofferenza, invece di essere rinnegata, viene resa pubblica, messa in comune. (...) Il coraggio delle infermiere, quando c’è, sta nella capacità di non occultare la propria sofferenza, nell’imparare a sopportarla, preservando in tal modo la capacità di restare sensibili a quella dell’altro.

 

Rivista per le Medical Humanities
rMH 11. 2009

La prontezza dell’attenzione – l’abitudine mentale all’apertura e alla disponibilità nei confronti di ciò che vediamo – interviene nella routine quotidiana della medicina, offrendo ai medici un quadro costantemente aggiornato della condizione del paziente e, al paziente, un medico comprensivo e capace di cogliere anche l’inatteso.

 

Rivista per le Medical Humanities
rMH 12. 2009

“Per quanto si parli di intimità, di relazioni intime o cose simili”, scriveva il sociologo Niklas Luhmann nel 1982, “non vi è un concetto esaustivo dal punto di vista teorico”. Nel frattempo, sociologi altrettanto illustri, ma anche antropologi, psicologi, filosofi, artisti e critici hanno indagato sulla nostra vita intima, misurandola, valutandola, esponendola. Eppure, il concetto evocato da Luhmann ci sembra manchi ancora. Confusa con la privacy, aggiornata con l’empatia o appannata dalla sessualità, finora l’intimità pare non aver trovato una sua autonoma ed esauriente identità concettuale.

 

Rivista per le Medical Humanities
rMH 13. 2010

Il tema dei diversi “racconti” che trovano posto nelle nostre pagine si situa in uno spazio condiviso dal linguaggio comune e dal discorso medico. La nostalgia si colloca in questa dimensione e si presta a modalità differenti di racconto. Espunta dai manuali diagnostici, essa continua tuttavia a pervadere il dominio della cura.

 

Rivista per le Medical Humanities
rMH 14. 2010

Per un medico riconoscere la persona, la traccia di una persona in situazione di handicap mentale può risultare particolarmente difficile, soprattutto quando l’incontro si limita ai tempi stretti delle visite ordinarie, e nondimeno questo è il suo compito, come di tutti coloro che curano e assistono queste persone: aiutarle a non perdere la propria traccia, non spingerle, per fretta ignoranza culto dell’efficienza paura o altro, verso il baratro del nulla.

 

Rivista per le Medical Humanities
rMH 15. 2010

La verità non è cosa facile: occorre mettersi nei panni dell’altro, interpretarne le attese, studiarne i comportamenti, controllare il proprio atteggiamento ed essere consapevoli che la verità ripugna quando è ridotta alla rivelazione di una cattiva notizia, di una diagnosi grave o del pericolo di morire. Le Medical Humanities insistono sulla narrazione, sulla capacità di dispiegare insieme la trama di una “buona storia”. Nella loro prospettiva la verità non è qualcosa che il curante possiede e deve rivelare al paziente, ma qualcosa che si costruisce insieme e che assume significato nella misura in cui il percorso che conduce a essa, a ciò che è vero, riesce a essere condiviso.

 

Rivista per le Medical Humanities
rMH 16. 2010

La nostra odierna esperienza dello spazio solleva interrogativi che mettono in gioco la possibilità stessa dell’abitare. Nessun limite interviene più a regolare la dialettica tra esterno e interno, pubblico e privato. Anche gli spazi della cura non sfuggono a questo orizzonte. In un tempo di ipertrasparenza dei corpi e di progressiva medicalizzazione delle emozioni, lo spazio corporeo diviene un vero e proprio paesaggio in cui è possibile abitare, circolare, entrare e uscire senza confini. (...) L’invasività, di cui oggi siamo sovente testimoni, è una conseguenza di questa esposizione incondizionata. Del resto, là dove la soglia cessa di esistere, perché chiedere ancora “è permesso?”.

 

Rivista per le Medical Humanities
rMH 17. 2011

Il contatto con altre culture sposta la cornice del nostro paesaggio, ci confronta con valori esistenziali personali, rappresentazioni, sentimenti, strategie di pensiero altre, che non dobbiamo avere paura di definire e accettare come diverse, se diverse è un termine che non vuole essere un giudizio di valore. Perché anche noi siamo diversi...

 

Rivista per le Medical Humanities
rMH 18. 2011

Essere umani significa inscriversi nella temporalità e porsi fra passato,presente e futuro. Ma “di doman non c’è certezza” e, con alle spalle un tratto lungo o corto della nostra storia personale, guardiamo all’avvenire a volte con timore e aspettativa. Quando immaginiamo cosa potrà accadere, soppesiamo il possibile e il probabile e s’infonde in noi uno stato emozionale particolare che chiamiamo speranza. È qualcosa di dolceamaro che tutti abbiamo conosciuto nei suoi vari gradi di intensità…

 

Rivista per le Medical Humanities
rMH 19. 2011

(...) il fatto di sapere che la Terra gira attorno al Sole non fa in alcun modo vacillare la nostra persuasione, basata sull’esperienza sensibile, che sia il Sole ad alzarsi ogni mattina e a calare ogni sera dietro l’orizzonte. L’esperienza dell’alba o del tramonto, esperienze sensoriali per eccellenza, non sono d’altra parte mai meramente sensoriali, neutra percezione. In queste esperienze riecheggiano infatti le innumerevoli rappresentazioni che ne hanno dato gli scrittori e gli artisti, i fotografi e i cineasti. (...) È indubbio che anche nell’orizzonte della malattia e della cura siano in gioco, si incontrino e talvolta si scontrino livelli d’esperienza tanto diversi.

 

Rivista per le Medical Humanities
rMH 20. 2011

“Che bisogno ho dei piedi, se ho ali per volare?” scriveva l’artista messicana Frida Kahlo nel suo diario, dopo aver subito l’amputazione di un piede. Testimone della stretta correlazione tra creatività e resilienza, Kahlo fa fronte ai duri colpi che il destino le infligge, dando forma alla sofferenza attraverso la pittura, a cominciare dalla decorazione del corsetto che dovette portare in seguito a un grave incidente. Accanto alla pittrice messicana, altri artisti sono evocati in questo numero: in particolare, Paul Klee e Woody Guthrie, figure note per le loro creazioni e non per le malattie invalidanti di cui sono state vittime.

 

Rivista per le Medical Humanities
rMH 21. 2012

In futuro, sarà sempre più importante che tutti i curanti – medici e infermieri – siano pronti a indignarsi se le logiche di mercato economiche e aziendali mettessero a rischio la protezione della privacy dei nostri pazienti e il segreto medico: occorrerà essere a fianco dei nostri amministratori ospedalieri per meglio resistere ai ricatti degli assicuratori-malattia.

 

Rivista per le Medical Humanities
rMH 22. 2012

...come sa bene chiunque si prenda cura del malato o del moribondo, ciò che più li sprofonda nella disperazione è proprio il ritrovarsi soli nel dolore. È soprattutto in quel punto, quando la storia di un’esistenza si conclude e il malato ritorna, alla fine della vita, a quella dipendenza dall’altro che ha vissuto per la prima volta da bambino; è allora che il sorriso o la carezza dell’altro fanno riaffiorare alla memoria gli esordi dell’attaccamento, riportando la vita affettiva alle sue origini proprio quando sta per finire. Il cerchio si chiude, la storia è compiuta.

 

Rivista per le Medical Humanities
rMH 23. 2012

Il distacco emotivo e lo sviluppo del cinismo nelle professioni di aiuto sono meccanismi di difesa volti a scansare relazioni che non si riescono più a costruire come si vorrebbe, e costituiscono un chiaro indizio di burnout lavorativo. Le sue cause sono molteplici e diverse nei vari ambiti clinici che costituiscono la sanità e la socialità di oggi, e i testi che qui presentiamo si propongono di esplorarle. (...) Esercitare il proprio mestiere con voglia, gioia e allegria, sentire di riuscire a incontrare ciò che ha motivato la propria scelta professionale e aver l’impressione di fare “un bel lavoro” va a beneficio di tutti.

 

Rivista per le Medical Humanities
rMH 24. 2013

La comunicazione tra medico o operatore sanitario in generale e paziente non ha solo finalità informativa: è parte integrante della terapia. La comunicazione è lo strumento fondamentale, da parte del curante per far capire al paziente il proprio punto di vista terapeutico e quindi per renderlo partecipe della terapia; da parte del paziente per esprimere la propria esperienza, i propri dubbi e le proprie necessità.

 

Rivista per le Medical Humanities
rMH 25. 2013

È quasi scontato ricordare come una comunità si giudichi non solo e non tanto dai suoi successi, dalle sue autostrade, dalle aziende di punta, e nemmeno dai suoi luoghi di eccellenza, ma da come tratta i suoi fratelli più deboli e vulnerabili, gli sconfitti, gli esclusi e tra questi i malati di follia, anche quando si presentano a noi come persone difficili, violente, refrattarie a ogni cura. L’umanesimo clinico significa qui l’assunzione di una responsabilità etica che coinvolge il singolo paziente ma anche tutta una comunità, che sarà giudicata proprio rispetto a come saprà farsi carico dei suoi figli e fratelli più deboli.

 

Rivista per le Medical Humanities
rMH 26. 2013

L’apertura delle Terapie intensive non ha soltanto una valenza psicologica, ma, per noi curanti, anche e soprattutto etica, perché consente di rispettare i principi dell’autonomia e della beneficenza dando alle persone care la possibilità di visita. È un modo per garantire al paziente il rispetto della sua dignità – soprattutto quando si trova nella fase finale della vita – e, nel contempo, la cura migliore. Rispettare i desideri dei pazienti significa assumere una visione filosofico-politica secondo la quale l’ospedale è costruito e organizzato in funzione degli ammalati e non soltanto dei curanti, né tantomeno di eventuali vantaggi economico-amministrativi.
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